Come si riconoscono gli invidiosi e quale diabolico meccanismo si mette in moto

invidia

Si dice che l’invidia sia una forma di ammirazione mal gestita. Per cui, chi è destinato ad emergere nella vita e a distinguersi dalla massa, è bene che si metta l’animo in pace. Ad ogni nuovo successo, ci sarà qualcuno che non vedrà certo, di buon occhio, questa sua escalation. E si sa che quando il tarlo dell’invidia comincia il suo logorio interiore, non ci sarà di che stare sereni. Se, infatti, i sentimenti positivi predispongono all’apertura al mondo e alle relazioni sane, quelli più ombrosi non faranno che creare zizzania.  Vediamo quindi come si riconoscono gli invidiosi e quale diabolico meccanismo si mette in moto.

L’invidia

L’invidia, che piaccia o no, rientra tra i cosiddetti vizi capitali. Non è, quindi, un caso che Dante dedichi agli invidiosi un girone del Purgatorio, ben descritto al canto XIII. Partendo dall’etimologia della parola  “invidia”, si potrebbe cominciare col dire che in latino “in” e “vidire” equivale al nostro “guardare con ostilità”. Ed infatti, l’illustre Fiorentino, per la famosa legge del contrappasso, costruisce l’ambiente dove colloca gli invidiosi, basato sul tema della cecità. Per cui, come in vita gli invidiosi esercitarono, in malo modo, il senso della vista guardando di traverso altri loro simili, qui la vista viene loro tolta. Gli invidiosi sono, dunque, raffigurati a guisa di ciechi mendicanti alle porte dei santuari. Una cecità amplificata dalla quasi totale assenza di colore che connota questo girone, di un grigio tendente al “livido”.

L’invidioso

Stando poi a chi fornisce una lettura psicologica dei vari tipi umani, l’invidioso altro non sarebbe che un superbo frustrato. Della serie, “vorrei emergere, ma visto che non riesco con le mie naturali capacità, guardo di traverso chi invece detiene quelle attitudini che vorrei avere anche io”. In fondo, quindi, chi è succube frequente del sentimento dell’invidia è una persona profondamente insicura. Altrimenti il mondo è così amplio che non ci sarebbe nemmeno necessità di calamitare l’attenzione sull’altro. Ma sta proprio qui il nodo della vicenda. Spesso, infatti, gli invidiosi non hanno sufficiente stima di sé e prediligono proiettare lo sguardo malevolo sull’altro, anziché costruire se stessi.

Cosa attiva l’invidia

Come anticipato, ciò che mette in moto questo meccanismo subdolo e malevolo è qualche cosa che ci piace dell’altro. E qui l’insieme di cose varia. Si può, infatti, trattare di cose materiali che l’altro ha, piuttosto che di ammirazione che un altro da noi riesce a suscitare. O anche dei veri e propri successi, che possono andare da quelli più spiccatamente materiali come un lavoro, una casa, un premio. Fino a quelli di carattere più personale.

Un esempio tipico che attiva una donna contro l’altra è una relazione sentimentale appagante e stabile, o un avanzamento di carriera. E più queste cose oggetto di ammirazione sono visibili, più il meccanismo si autoincrementa. Che fare, dunque, se si è vittime di questo sguardo altrui non propriamente benevolo? Innanzitutto, vanno saputi cogliere i segnali sul nascere, in attesa che l’altro magari inizi un lavoro su di sé, per colmare questi suoi deficit di stima.

Quali sono i segnali

Tra i primi e più evidenti segnali che qualcuno ha messo gli occhi su di noi in modo sbagliato, c’è “l’effetto fotocopia”. Della serie tu hai quella borsa, scrivi così bene, sei così bella e ammirata e allora io faccio di tutto per tentare di essere come te. Quindi, attenzione se qualcuno inizia a copiare il nostro stile, spesso ci sono nuvole in vista all’orizzonte. Altro segnale che qualcuno comincia a nutrire invidia è quando si mettono in moto delle critiche e denigrazioni immotivate e costanti. Se, dunque, si nota che qualcuno frequentemente non fa che criticarci, anche laddove non ce ne sarebbe motivo, antenne alzate. Si dice infatti che quando si tende metodicamente ad abbassare gli altri, lo si fa quasi sempre per elevare se stessi.

Quindi anche qui il centro del mondo è ancora quello che ruota attorno all’invidioso che non tollerando che qualcuno lo superi, tenta d’infangarlo. Ecco, quindi, come si riconoscono gli invidiosi e quale diabolico meccanismo si mette in moto. Un vero e proprio girone dantesco dunque dal quale è difficile emergere, ma dal quale si può almeno tentare di stare alla larga. L’invidiato, anziché entrare nel gioco messo in atto dall’invidioso, è molto meglio che ne stia fuori. Se è vero infatti che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, è altrettanto vero che non c’è peggior osservatore di chi non vuol prima guardarsi dentro.