Se i prezzi sono aumentati senza freni, gli aumenti dei salari non hanno però tenuto il loro passo

FED

L’inflazione sta diventando sempre più un problema per l’economia globale. In Europa come negli Stati Uniti sta toccando via via nuovi record. E nessun analista ha ormai più la pretesa di far credere che il fenomeno sia soltanto di natura temporanea. Tutt’altro.

Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti ha riportato settimana scorsa che l’indice dei prezzi al consumo (CPI), la misura dell’inflazione più utilizzata negli USA, è aumentato del +0,8% su base mensile a febbraio, e del +7,9% su base annuale, toccando il massimo livello degli ultimi 40 anni, ad un passo dai valori degli anni Settanta, il decennio passato alla storia per il fenomeno della “stagflazione”.

Una componente importante dell’aumento dell’inflazione è stata il costo dell’energia, che aveva già iniziato a salire nelle settimane precedenti lo scoppio della guerra in Ucraina. Ma anche eliminando energia e cibo, ovvero le componenti più volatili dal paniere, l’inflazione core ha registrato un aumento del +6,4% anno su anno, un livello molto al di sopra dell’obiettivo del 2% della Federal Reserve.

Se i prezzi sono aumentati senza freni, gli aumenti dei salari non hanno però tenuto il loro passo, almeno finora. Il rischio è però quello di un rapido ritorno alla spirale prezzi-salari, un fenomeno che molti economisti davano ormai per estinto e che invece sta tornando prepotentemente in auge. A differenza di quanto sta avvenendo nell’Eurozona, dove i salari stentano a crescere, per effetto di un mercato del lavoro notoriamente caratterizzato da maggior rigidità.

Un’altra fonte di preoccupazione è legata al fatto che l’elevato tasso di inflazione potrebbe presto portare a un aumento delle aspettative inflazionistiche di famiglie e imprese.

Fatto, questo, che potrebbe creare un circolo vizioso di aspettative più elevate, producendo così un’inflazione via via sempre più alta. È la cosiddetta teoria delle “aspettative autorealizzantesi”, basata sull’assunto che le aspettative dei consumatori sull’inflazione sono modellate dalle loro esperienze pregresse. Coloro che hanno vissuto l’inflazione elevata degli anni ’70, ad esempio, sono molto più preoccupati di altri per il ritorno dei prezzi.

Se i prezzi sono aumentati senza freni, gli aumenti dei salari non hanno però tenuto il loro passo

Per far fronte all’elevata inflazione, la Federal Reserve, che aveva adottato misure senza precedenti per proteggere l’economia all’inizio della pandemia, ha già segnalato ai mercati che aumenterà i tassi di interesse più volte quest’anno. Se la modifica della stance si tradurrà in una vera e propria politica monetaria restrittiva (cold shower), oppure solamente in una politica monetaria meno espansiva ancora non si sa, ma molti economisti cominciano a credere in un approccio più del primo tipo, mentre qualcun’altro comincia addirsi a rievocare la figura di Paul Volcker, il presidente della FED che mise fine all’inflazione a doppia cifra degli anni Settanta.

Allora funzionò, ma i costi della stretta imposta allora dalla FED, nota come “Volcker shock”, furono molto elevati per l’economia americana, soprattutto in termini di disoccupazione, e l’intervento creò molti malumori sociali. Ora, la storia potrebbe ripetersi per la FED. E anche questa volta, la scelta non sarebbe esente da effetti collaterali per l’economia. Ma il non seguire quell’approccio potrebbe addirittura crearne, se possibile, ancora di peggiori.