È il giorno del giudizio. Non universale, per fortuna, ma per il paese Italia sì. Da stasera infatti, a mercati chiusi, usciranno i verdetti in merito al grado di giudizio (in gergo: rating) sul debito pubblico italiano. La prima a farlo sarà la statunitense Standard & Poor’s, che sarà seguita a ruota prima da Moody’s (a maggio) e poi da Fitch (a luglio). Qualcosa da “temere” in particolare? Forse sì, forse no. Il “forse sì” risponde alla logica del possibile downgrade (bocciatura) del debito italico al livello “junk”, ovvero spazzatura. Il “forse no” trova invece supporto in almeno due ordini di motivi. Primo: i mercati hanno spesso il dono di riuscire a prezzare a priori i possibili imminenti scenari futuri. Da qui la domanda: le attuali quotazioni di Borsa incorporano già nei loro corsi codesto rischio bocciatura? Chi lo sa. Secondo: due sere fa in quel di Francoforte, a scanso di qualunque scenario, han rimosso il paletto BCE contro l’acquisto di titoli junk. Questioni di coincidenze o di lungimiranza?
La situazione di partenza
Per vedere le cose con ordine, dobbiamo partire dall’attuale status quo, ovvero dai rating di cui il sistema Paese oggi dispone. Questo ci aiuterà a capire se l’Italia rischia di finire con il debito nella spazzatura. Dal riquadro sottostante (fonte: Teleborsa) si
evince come per tutti gli addetti ai lavori il giudizio è di pochissimo superiore al livello junk (quello che si ottiene con un voto inferiore alla «BBB–» esclusa). Quindi due soli gradini sopra. L’Italia si piazza quindi al pari di uno stato come il Portogallo, anche se per la stazza (geografica, di Pil, di abitanti) sarebbe più giusto un confronto con la Spagna. Ma lontanissimi dai “cugini” francesi. Ora, sui criteri in base ai quali le agenzie di rating compongono i loro verdetti non ci soffermiamo, perché sono tanti e complessi. In (molto) estrema sintesi spesso considerano la crescita di un Paese, il taso disoccupazione e il suo livello del debito quali principali variabili su cui danno il verdetto. Purtroppo il Covid-19 ha gettato mezzo mondo in piena crisi economica, Italia inclusa, per cui non è colpa di nessuno se oggi ci si ritrova in questa balorda situazione.
Possibili ripercussioni susseguenti a un downgrading
Detto in soldoni, di solito chi emette titoli col rating junk (ripetiamo: da BB in giù) deve pagare alti tassi d’interesse per invogliare il mercato a comperare quelle obbligazioni. Questo in virtù del rapporto rischio/rendimento, per cui è giusto soppesare il premio (ovvero gli interessi) in funzione diretta del rischio-debitore (in sintesi: il rating). E per l’Italia tutto ciò sarebbe come un complicare le cose. A questo poi si aggiunga che – per statuto operativo interno – tutta una serie di soggetti (tipo i fondi pensione) non potrebbero più comprare quei titoli perché reputati troppo rischiosi. Non è completamente da escludere quindi che laddove una bocciatura si avverasse, potremmo assistere a vendite sul mercato dei bond pubblici italiani (perché appunto in contrasto coi loro statuti operativi interni).
L’universo banche
Come sempre in queste circostanze si guarda ai titoli bancari. Sono loro infatti che detengono la quota maggiore di titoli di Stato, per cui le prime che ne pagherebbero le conseguenze indirette di un simile scenario. La riprova (indiretta) è data dal fatto che oggi il settore bancario (ovvero il FTSE Italia All Share Banks) continua a cedere ben oltre l’1%. Alle 14.00 troviamo infatti UCG a €6,71 (–2,7%); Intesa a €1,36 (–1,7%); Bper a €2,15 (–2,3%), e così via. A tutto ciò si aggiunga lo spread, che resta sopra quota 240 punti.
Un simile scenario da downgrading porterebbe quindi gli istituti: 1) a contabilizzare ingenti svalutazioni in bilancio, 2) ad aumentare i loro costi di raccolta del denaro, 3) a irrigidire le condizioni di concessione del credito a imprese e famiglie.
Il salvagente BCE
Sembrerebbe quindi più di una semplice suggestione il fatto che l’Italia rischia di finire con il debito nella spazzatura. Tuttavia, come anticipato, due sere fa è intervenuta la BCE per adottare strumenti di sostegno contro questi possibili scenari . Di cui il più importante, appunto, risiede nell’acquisto di titoli junk e prevenire sul nascere ogni forma di estrema tensione sui mercati.