Giuseppe De Mita al Centro strizza l’occhio ad «Azione» di Carlo Calenda

Politico Giuseppe De Mita

«Calenda parte da due punti condivisibili […] Azione è dentro l’area di Centro e credo che tutti i soggetti all’interno di quest’area possano mettere da parte l’alta considerazione di sé e aprirsi agli altri. Un’operazione del genere implica il coinvolgimento di tutti». A parlare è Giuseppe De Mita, avvocato. Già vicepresidente della Regione Campania, deputato e co-fondatore (insieme a Ciriaco De Mita) di «L’Italia è popolare» nel 2017. Con Giuseppe De Mita analizziamo lo scenario politico attuale in vista delle elezioni del prossimo anno nutrendoci di un linguaggio rispettoso, forbito e ragionato.

Un po’ tutti noi organi d’informazione parliamo di un nuovo grande Centro. È realmente percorribile, ci sono margini?

«La questione non riguarda in prima battuta le forze politiche ma la società italiana che è disorientata».

In che senso?

«Utilizzo due indicatori che possono anche sembrare banali nella loro essenzialità: il livello di astensione e la volatilità del consenso. L’astensione potrebbe anche considerarsi fisiologica in certi periodi storici, in passato almeno. Però mentre nel passato riguardava ceti marginali, adesso coinvolge persone consapevoli, attente che ritengono non avere rappresentanza all’interno delle istituzioni».

Per «volatilità del consenso» invece a cosa si riferisce?

«Ci sono forze politiche che all’inizio erano al 3% adesso sfiorano il 20% (come Fratelli d’Italia e Movimento 5 Stelle, ndr). Forze che una volta arrivate sul terreno della politica hanno contraddetto il bagaglio di propaganda. I 5 Stelle erano “No Tav” e “No Tap”. Adesso sono “Si Tav” e “Si Tap”. Erano filorussi, oggi sono allineati con il Patto atlantico. Tutto questo scredita e disorienta».

Quindi che fare?

«Si avverte l’esigenza di una forza che sappia mettere insieme il radicalismo e la razionalità. Cioè che non si pieghi a vincoli vari e riesca a costruire ipotesi con razionalità senza demagogia. Tutto questo allude alla possibilità che si insedi come riferimento di quest’area una forza politica che il linguaggio incerto della cronaca definisce come grande Centro».

Invece?

«Non si tratta di unire e assemblare con un’alchimia di pezzi politici tra loro. Si tratta invece di recuperare una radice politico culturale e organizzarsi perché la complessità dei problemi che abbiamo davanti implica una chiave di lettura di carattere culturale».

In che senso?

«Ci sono tante questioni come il diritto alla salute e tante pulsioni come la riapertura delle discoteche. Ognuno mette al primo posto le proprie priorità. La lettura culturale dei fatti ti consente di dare un ordine secondo un criterio di progressività».

Lei ha scritto un libro, «POP – la bellezza della politica popolare». Cosa intende per «popolare»?

«Si tratta di una riflessione e cioè quella di doverci basare su un metodo e non su un’idea astratta. Si parte da un metodo per affrontare i problemi avendo come riferimento le istanze delle persone. Se vogliamo è un metodo umanistico».

Che tipo di campagna elettorale farete? Tutto social o presenza?

«Organizziamo delle discussioni pubbliche, dei dibattiti. Le tecnologie aiutano e sono necessarie soprattutto quando la distanza fisica non consente di vedersi. Ma la relazione umana è più profonda, vera e la preferiamo».

Calenda lo scorso weekend ha fatto il Congresso del Partito «Azione». Cosa le pare?

«Calenda ha colto due punti condivisibili. Ha creato una forza politica all’interno di un bipolarismo un po’ logorato partendo dai contenuti. Inoltre prende atto dell’equilibrio dell’attuale maggioranza quale condizione contingente che però può funzionare. Esclude il Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia. Sono due aspetti condivisibili».

Noi desumiamo che Giuseppe De Mita al Centro strizza l’occhio ad «Azione» di Carlo Calenda. È una realtà che La può interessare?

«È un percorso che sfida tutti. Noi, Renzi, Toti. Bisogna capire se e come tutto questo si incarna in un rinnovamento e non in un aggregato di sigle. Azione è dentro l’area di Centro e credo che tutti i soggetti all’interno di quest’area possono mettere da parte l’alta considerazione di sé e aprirsi agli altri. Un’operazione del genere implica il coinvolgimento di tutti».

Lei ha un cognome importante, quanto Le dà quest’aspetto?

«Una grande responsabilità».

Idee chiare e passione civile. Giuseppe De Mita al Centro strizza l’occhio ad «Azione» di Carlo Calenda e al contempo invita tutti a concentrarsi su un metodo condiviso, sull’umiltà che richiede l’organizzazione di una coalizione e sull’importanza delle relazioni umane.

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