Come evitare di dare soldi e mantenimento all’ex coniuge se lavora in nero?

divorzio

Ipotizziamo che il giudice con la sentenza di divorzio, abbia condannato il marito a pagare un assegno di mantenimento mensile alla ex moglie perché priva di reddito.

Il marito scopre, successivamente, che la ex moglie lavora ma a nero e pertanto, non dichiara alcun reddito e percepisce sia i soldi del mantenimento che quelli del datore di lavoro.

Come evitare di dare soldi e mantenimento all’ex coniuge se lavora in nero?

Può il marito chiedere una revisione della sentenza ?

La legge consente ai coniugi separati o divorziati di chiedere la modifica dei provvedimenti in materia di assegno al mantenimento al sopravvenire di “giustificati motivi”.

A parere della scrivente, il fatto stesso che il marito abbia scoperto solo successivamente al divorzio, che la moglie lavorava a nero, già di per sé può considerarsi una circostanza nuova, tale da giustificare una domanda di revisione.

Sono diversi i modi per accertare il reddito di uno degli ex coniugi e dimostrare che l’ex lavora in nero.

Cosa fare se l’ex moglie lavora in nero?

Il Lavoro in nero rileva per quantificare il mantenimento?

In passato, la giurisprudenza ha ritenuto che la percezione di un reddito occasionale, basato su un rapporto precario, non è sufficiente per ottenere una riduzione o, peggio, l’annullamento dell’assegno di mantenimento.

Possono, invece, sussistere situazioni di lavoro in nero caratterizzate dalla stabilità che sono sufficienti per ottenere una riduzione o l’annullamento dell’assegno di mantenimento.

In queste ipotesi, la continuità della retribuzione fa sì che la stessa possa essere considerata una fonte di ricchezza costante, tale quindi da determinare la revoca o la riduzione dell’assegno di mantenimento.

Come evitare di dare soldi e mantenimento all’ex coniuge se lavora in nero? Quali gli strumenti a disposizione

Quando i redditi sono “in chiaro”, ossia dichiarati, dimostrare che l’ex coniuge lavora è abbastanza facile!

La giurisprudenza consente al coniuge di chiedere all’Agenzia delle Entrate di accedere alla posizione dell’ex per conoscere le relative condizioni economiche.

In tale ipotesi, la richiesta di accesso agli atti amministrativi non può essere negata, perché giustificata dalla tutela dei propri diritti.

E, qualora l’ufficio delle imposte non dovesse dar riscontro alla richiesta, si potrebbe, ugualmente, ottenere la documentazione con un ordine del giudice.

Dimostrare il lavoro in nero non è, altrettanto, facile proprio perché non c’è alcun documento che ne comprovi l’esistenza.

Chi lavora in nero, di regola, percepisce anche lo stesso stipendio con modalità non tracciabili.

Proprio per questo, la giurisprudenza non richiede al coniuge una prova, completa e puntuale, del rapporto di lavoro irregolare dell’ex coniuge.

Il giudice, può basare la propria decisione sulla base di indizi.

E questi potrebbero essere dati dal tenore di vita che conduce l’ex moglie, ad esempio dal canone di affitto che paga, dai viaggi documentati tramite le foto postate sui social, dall’acquisto di una nuova auto, dalla disponibilità di beni di lusso ecc..

Gli accertamenti della polizia tributaria

Su istanza di parte, il Tribunale può disporre gli accertamenti della polizia tributaria sulla posizione reddituale del soggetto in questione.

Vengono così delegate all’autorità le indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita.

La polizia non svolge delle vere e proprie indagini, ma si limita a produrre in tribunale tutto ciò che risulta formalmente documentato al fisco, e che non sia stato depositato in tribunale nel corso del divorzio.

Il giudice non ha alcun obbligo di disporre le indagini con la polizia tributaria.

Può farlo solo se sussistono indizi sufficienti di non coincidenza tra il reddito dichiarato e quello effettivamente percepito.

Ecco perché l’onere della prova spetta sempre al marito che deduca la presenza di un lavoro in nero in capo all’ex moglie.

Il pedinamento

Un’altra pratica da sempre utilizzata per scoprire stipendi segreti è il controllo tramite pedinamento che, per la Cassazione, non è vietato se non sfocia in una e vera propria molestia.

Il pedinamento è rivolto a procurarsi la documentazione fotografica della presenza del soggetto in questione sempre presso la stessa ditta, osservando determinati orari di lavoro.

Tale attività viene svolta anche da agenzie investigative le cui risultanze sono ritenute lecite dalla giurisprudenza e possono costituire fonte di prova in giudizio se non opportunamente contestate dalla controparte.

Approfondimento

I vantaggi fiscali dell’assegno di mantenimento