Complici anche i numerosi anni di stimoli monetari, durante gli anni si sono moltiplicati gli allarmi riguardanti la nascita di bolle finanziarie sulle borse internazionali. Non solo ma da tempo i vari guru delle borse, non ultimo Marc Faber, avvisano del pericolo di una possibile debacle.
Gli Usa in primo piano
Nel mirino in particolare restano i listini Usa. Una grossa bolla speculativa come a suo tempo fu per Wall Street nel 2000 sta forse per ripartire? Il punto di svolta da monitorare si potrebbe verificare già febbraio con una chiusura dell’S&P 500 a 2.800. Qualora ciò si verificasse non è da escludere un rialzo violentissimo che porterebbe il livello a 3.600.
La corsa delle borse a stelle e strisce
All’inizio di quest’anno si poteva facilmente notare come tra il 2017 e il primo semestre 2018, il Nasdaq è stato protagonista di una corsa senza precedenti. Il risultato è stato al 31 agosto 2018, il raggiungimento degli 8100 punti, pari a +14%. Un’occhiata è d’obbligo anche a quello che è il cuore del listino, l’indice Fang+, l’indice che raccoglie i 10 titoli più importanti del settore tech (tra cui sono ovviamente inclusi Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google). In questo caso, nello stesso periodo si è arrivati a +30%.
Intorno solo paura
Parallelamente, però, si nota ovunque un raffreddamento delle prospettive di crescita. Ovunque si guardi la parola d’ordine sui mercati internazionali è una sola: cautela. E sempre, ovunque si guardi, la dinamica è sempre la stessa: taglio sul Pil. Che sia Cina, Stati Uniti, Europa o Italia, le previsioni parlano chiaro: rallentamento.
E non va meglio per l’Europa
Giovedì scorso Mario Draghi presidente della Bce lo ha ufficializzato anche per il futuro dell’Europa. L’economia del Vecchio Continente crescerà meno del previsto. Di per sè un rallentamento non è un recessione ma è anche vero che, come lo stesso Draghi ha ammesso, espone i mercati verso rischi maggiori e verso nuove fragilità.
Le uniche armi, peraltro potenzialmente spuntate, in mano alle banche centrali, sono quelle classiche degli stimoli. L’ultima tornata, però, ha visto la presenza di queste misure, nate come momentanee, per oltre 10 anni. Tanto da far cambiare le classiche norme che hanno regolato i mercati a livello internazionale. Compresa la più famosa, quella delle correlazioni tra asset class. Adottarle sarebbe la soluzione più ovvia, ma anche la più pericolosa.
Il motivo? Borse verso una bolla? Rialzo verticale alle porte?
Dopo anni di agevolazioni creditizie, le valutazioni sono state enormemente gonfiate. Il rialzo continuato che ha portato alla nascita e alla prosperità del bull market più lungo della storia trova la sua spiegazione nella pratica perversa del buyback. Anni di acquisti obbligazionari corporate della Fed hanno permesso alle multinazionali di avere tantissima liquidità da impiegare per il riacquisto di azioni proprie. Una strategia che ha permesso alle quotazioni di aumentare nelle rispettive valutazioni senza che nessun intervento o investimento o miglioramento dei fondamentali venisse fatto.