La Banca Centrale Europea, in un paper ufficiale pubblicato sul suo sito internet la scorsa settimana, ha abiurato totalmente al suo mantra sulla “transitorietà” del fenomeno inflazionistico in corso, sostenuto almeno dalla metà del 2021. Un’ammissione di colpa senza precedenti che rischia di indebolire la reputazione della Banca centrale in termini di capacità di lettura dei fenomeni inflazionistici, sulla base dei quali sono impostate, tra le altre cose, tutte le sue decisioni di politica monetaria.
Le recenti proiezioni dello staff dell’Eurosistema e della Banca Centrale Europea hanno sostanzialmente sottovalutato l’impennata dell’inflazione.
Questo, in gran parte a causa di sviluppi eccezionali come la dinamica senza precedenti dei prezzi dell’energia e le strozzature dell’offerta.
Sebbene le proiezioni principali dell’inflazione IAPC per il 2020 fossero abbastanza accurate nonostante l’emergere della pandemia di coronavirus (Covid 19), nel primo trimestre del 2021 ha iniziato a verificarsi una sottostima, che è diventata più pronunciata dal terzo trimestre del 2021.
La sottostima per il primo trimestre del 2022 ha segnato il più grande errore di previsione relativo ad un trimestre per l’inflazione, dalle prime proiezioni redatte dagli esperti nel 1998: una differenza di 2,0 punti percentuali tra il risultato e la proiezione di dicembre 2021.
Il deterioramento dell’accuratezza della proiezione si è verificato principalmente dal terzo trimestre del 2021, quando l’andamento imprevisto dei prezzi dell’energia, insieme agli effetti della riapertura a seguito dell’eliminazione delle restrizioni legate al coronavirus e agli effetti delle strozzature dell’offerta globale, hanno portato a aumenti senza precedenti di Inflazione IPCA”. Questo è quanto si legge nel paper prodotto dallo staff di economisti della BCE, una vera e propria ammissione di colpa, appunto.
Una ipotesi che, soltanto fino a poche settimane fa, non era mai nemmeno stata ipotizzata dall’istituto di Francoforte
Abbiamo più volte scritto sulle nostre pagine di come la teoria della “transitorietà” di questa inflazione fosse debole, in aperto contrasto con le stime di molti tra i principali analisti di mercato e che, soprattutto negli ultimi mesi, si era posta in aperto contrasto anche con la revisione di analisi compiuta dalla Federal Reserve, che pure aveva sostenuto tale teoria per tutto il 2021. Eppure, gli economisti di Francoforte, e la governatrice Christine Lagarde, avevano perseverato nel loro credo, prodromico a giustificare la stance ultra espansiva della politica monetaria nell’eurozona, fatta di tassi d’interesse negativi e di acquisti di asset dell’ordine dei trilioni di euro.
Ora la svolta.
Ora l’accettazione di essersi sbagliati e l’ammissione che l’inflazione è destinata a permanere per un periodo di tempo lungo nell’area euro. E, di riflesso, l’implicito corollario sulla necessità di rivedere la politica monetaria nel suo complesso, a partire dall’aumento dei tassi d’interesse, forse a partire da quest’anno. Una ipotesi che, soltanto fino a poche settimane fa, non era mai nemmeno stata ipotizzata dall’istituto di Francoforte. Il rischio, che è ormai diventato certezza, è quello di aver perso del tempo prezioso nel processo di normalizzazione della politica monetaria, di essere rimasti “dietro la curva”, come si dice nel gergo dei mercati finanziari.
E del fatto che ora, per recuperare tutto il tempo perduto, si proceda con altrettanti errori. Fino ad ammettere, alla fine, che forse le politiche ultra espansive non erano poi quella panacea a tutti i mali che molti economisti predicavano. Ma forse, questa è una ammissione molto più difficile da fare rispetto a quella di riconoscere semplicemente la natura permanente di un fenomeno inflazionistico.
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