Dedichiamo questa intervista di Gian Piero Turletti all’analisi delle prospettive politiche post elettorali ed al loro rapporto con i mercati per il nuovo anno.
Quali le prospettive politiche post elettorali?
Spesso per capire il futuro occorre ripercorrere il passato, e la probabile situazione politica post elettorale ne è un chiaro esempio.
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In che senso?
Per comprendere l’attuale scenario politico, dobbiamo ricordare il periodo in cui il governo si basava su una maggioranza che comprendeva ancora i finiani.
Dalla rottura di quell’equilibrio politico, sono derivate molte conseguenze, sia in politica che in economia.
In politica l’avvento del governo Monti ha la sua principale causa proprio in quella rottura, ed ovviamente, anche la politica improntata ad un netto rigore, in stile Merkel, che ne è derivata.
Le prospettive politiche postelettorali non possono, quindi, prescindere da tale fondamentale aspetto.
L’assenza della componente figiana nell’attuale centrodestra, ed il conseguente passaggio all’area centrista, ha creato nuovi equilibri.
Non a caso anche nel centrodestra si assiste ad una dialettica tra chi, provenendo dal PDL, preferirebbe un appoggio a Monti e chi, invece, preferisce l’opposizione a questo tipo di impostazione politica.
Le conseguenze economiche sono rilevanti: un conto è seguire una certa impostazione, basta su incremento della pressione fiscale e su tagli severi alla spessa pubblica, ed altro conto è attuare politiche diverse.
Ma a suo avviso, cosa ci vorrebbe per uscire dalla crisi?
In effetti, politiche sia in ottica eurocentrica, come quelle seguite da Monti, per intenderci, sia quelle seguite dalla totalità delle forze politiche, comunque si inseriscono nell’ottica di concentrare sempre e comunque le decisioni sulla politica fiscale e di bilancio.
Tutto sembra ridursi a più o meno tasse, più o meno spesa pubblica.
Una conseguenza dei trattati relativi all’eurozona, che hanno fatto dimenticare un altro importante strumento di politica economica.
A cosa si riferisce?
Alla politica monetaria.
Il trattato istitutivo dell’euro assegna le funzioni di politica monetaria alla BCE, che ha sinora soprattutto avuto una funzione puramente finalizzata al contenimento dell’inflazione.
Questa concezione risente del ricordo dei tedeschi per il periodo di iperinflazione della repubblica di Weimar, e quindi la lotta all’inflazione è considerato l’aspetto più rilevante.
Ma nuovi studi ed approfondimenti della politica monetaria, come ho avuto occasione di rilevare già in altri interventi, possono avere obiettivi diversi, come il rispetto di un livello di inflazione programmata, unitamente ad obiettivi di crescita economica e di rientro dal debito.
Lei conosce già la classica obiezione: e l’inflazione?
Personalmente, amo dire che la politica monetaria è come un farmaco, e quindi occorre sempre farne un uso corretto.
Anche un farmaco, se lo usi male, non reca effetti positivi, o può provocare effetti controproducenti.
Tutto sta nell’uso che se ne fa.
La politica monetaria, quindi, potrebbe essere oggetto di abuso, e creare iperinflazione, ma opportunamente dosata, e soprattutto legata ad un mix di altre misure di politica economica, come lo stanziamento di finanziamenti a fondo perduto a favore di soggetti economici, consentirebbe significativi risultati.
Già, ma tutto questo non trova un ostacolo nelle normative europee?
In quelle attuali, sicuramente, ed è anche per questo che occorre considerare l’evoluzione del quadro politico.
Senza necessità di uscire dall’euro, è tuttavia possibile formulare un ripensamento di certe normative, che consentendo il ricorso anche a politiche monetarie espansive, permettano al tempo stesso una maggior sostenibilità del debito pubblico, nonché un’attenzione alla crescita economica.
Difficile, invece, mantenere tutti questi obiettivi con una pura politica di rigore nei conti pubblici.
Ma torniamo in casa nostra: come vede lo scenario politico ed economico post elettorale?
Evidentemente, il cosiddetto scompattamento del centro destra, non favorisce le ipotesi di affermazione di un’ampia coalizione centrista, a sostegno di Monti, ipotesi decisamente piùprobabile, se invece tutto il centrodestra avesse abbracciato tale ipotesi.
Sia che Monti vari una propria lista, sia che non lo faccia, come gli avrebbe suggerito Napolitano, le forze politiche sono perfettamente consapevoli che un governo Monti non potrebbe basarsi solo sulle attuali forze di centro, comprensive di Verso la terza repubblica (movimento di Montezemolo), finiani e UDC.
Per questo, si richiederebbe un allargamento dell’area filomontiana.
Tale prospettiva certo non può guardare a sinistra, vista anche la decisione di sostenere Bersani, ed al limite riguarderebbe una componente derivante dal PDL.
Ma lo scompattamento, che prevede il ritorno ad una forza di centrodestra alleata ma distinta rispetto al PDL, che dovrebbe denominarsi centrodestra nazionale, che fa capo a La Russa, Crosetto, Meloni ed altri esponenti dell’attuale PDL, ha proprio lo scopo di impedire quella che verrebbe considerata una deriva centrista e filomontiana.
Tutto in politica può sempre succedere, ma non sembra che l’ipotesi montiana, quindi, dovrebbe prevalere in termini di risultati elettorali.
E se Monti venisse incaricato, invece, come tecnico super partes, ancora una volta, dal presidente della repubblica?
Non dimentichiamoci che un governo, anche se tecnico, deve pur sempre ottenere la fiducia delle camere.
Finora tale consenso si è basato su quella che potremmo considerare una maggioranza delle larghe intese, ma non pare che tale scenario sia riproponibile dopo le elezioni, proprio anche in vista dello scompattamento del centrodestra.
Quali le conseguenze economiche?
Sicuramente, la riproposizione di un governo Monti, porrebbe non pochi problemi a livello politico ed economico.
Politicamente, assisteremmo sicuramente alla rottura degli equlibri dell’attuale maggioranza, a partire dalla considerazione che il centrosinistra considera chiusa l’esperienza del governo tecnico, ed intende aprire una nuova fase, con ritorno a governi politici.
Un governo Monti, quindi, al limite avrebbe una risicata maggioranza, e sarebbe sempre in una probabile situazione da equilibirio sul filo del rasoio, situazione che certo non sarebbe gradita ai mercati.
D’altra parte, un governo di centrosinistra non pare avere molte chances di formarsi, visto che probabilmente richiederebbe l’appoggio di una componente centrista, che dovrete quindi smarcarsi dalle attuali prospettive filmontiane.
In ogni caso, in una situazione di questo tipo, cioè la formazione di un governi di centrosinistra, non potrebbe esserci chissà quale rivoluzione, rispetto alle politiche sinora intraprese.
Probabilmente qualche modifica a livello di politica fiscale e di bilancio, ma sempre nell’ottica di concentrare su tali strumenti le leve della politica economica del governo.
Un governo di centrodestra, invece, probabilmente avrebbe le difficoltà derivanti dal fatto che l’ultima impostazione della politica economica del governo Berlusconi si era arresa all’ipotesi di un incremento della pressione fiscale.
La mia opinione è che qualunque governo si insedierà dopo le elezioni, solo una rinnovata rimodulazione dei tratti europei, ed una maggior libertà in materia di politica monetaria, potrebbero consentire di rimettere a posto quelle situazioni che sinora politiche fiscali e di bilancio, comunque, stentano a risolvere.
Un’ultima domanda.
Non può mancare una considerazione sui mercati: quali prospettive?
Sintetizzando quando già indicato in altri miei interventi, l’analisi di lungo termine depone a favore di una continuazione del trend rialzista sui mercati azionari già caratterizzati da un trend nettamente rialzista, come Dax e Dow Jones,e ad una possibile ripresa di quelli maggiormente stagnanti, come il nostro FTSE MIB.
Quanto al comparto obbligazionario, nonostante talune incertezze del quadro politico interno, i mercati paiono apprezzare le riforme finanziarie intervenute a livello europeo, come i fondi salva stati, e considerano essersi allontanato il rischio di tenuta dei debiti pubblici.
Senza quindi poter escludere ulteriori momenti di tensione, non sono ravvisabili, nello scenario attuale, particolari problemi neppure sui mercati dei titoli di stato, soprattutto in considerazione dell’atteggiamento dei principali soggetti investitori, sinora ben disponibili a sottoscrivere le aste e, quindi, a rinnovare la fiducia verso le ipotesi di sostenibilità del debito pubblico.