Potrebbe essere anche vero che, come ha scritto il quotidiano spagnolo El Paìs lo scorso venerdì, citando le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’inflazione attuale è sotto controllo. L’ottimismo spagnolo, che è un po’ anche la speranza di tutti noi, sembra però del tutto ingiustificato, almeno guardando all’andamento attuale dei prezzi globali. L’inflazione, tanto per citare un caso concreto, è tornata a salire persino in Giappone, dove i prezzi erano rimasti stabili per interi decenni.
L’ultima rilevazione relativa al mese di aprile mostra come l’incremento dei prezzi su base annuale si sia attestato al +2,4%.
Certamente, il dato fa quasi sorridere se comparato all’aumento dei prezzi rilevato nello stesso mese negli Stati Uniti o nell’eurozona. Eppure, per un paese che ormai si era abituato a vivere con prezzi invariati per intere generazioni, anche questo moderato aumento diventa una notizia. Che però non ha smosso più di tanto le decisioni della Bank of Japan, la quale ha, al contrario, confermato la sua volontà di mantenere inalterati i tassi di interessi ancora a lungo, contribuendo a indebolire ulteriormente lo yen nei confronti di euro e dollaro. Nei confronti di quest’ultimo, il prezzo è sceso addirittura al livello minimo degli ultimi 20 anni. Al contrario, la BoJ ha deciso di perseverare nella sua politica di acquisti illimitati di bond sovrani, per mantenere uno yield cap sui bond al di sotto del livello 0,25%.
L’inflazione attuale è sotto controllo. L’ottimismo spagnolo, sembra però del tutto ingiustificato
Di tutt’altra natura la stance di politica monetaria della Federal Reserve, diventata molto più aggressiva dopo le ultime parole pronunciate dal suo presidente Jerome Powell lo scorso giovedì. Powell ha affermato che la banca centrale è preparata ad aumentare di nuovo i tassi d’interesse con maggior rapidità rispetto al recente passato, a partire dal FOMC del prossimo maggio, dichiarando apertamente che un aumento superiore alle attese, pari allo 0,50% è una opzione sul tavolo. L’aumento del costo del denaro negli Stati Uniti si rende necessario per raffreddare l’ascesa dell’inflazione che sta mettendo a repentaglio la ripresa post-Covid. Complice la guerra in Ucraina, l’indice dei prezzi al consumo è salito lo scorso marzo del +8,5% su base annuale, al livello massimo dal 1981.
L’aumento non è dovuto soltanto alla componente energetica, che pure gioca la parte del leone.
Anche gli affitti e i prodotti e servizi principali stanno crescendo a ritmi che non si registravano da decenni. Svanita la narrativa che l’inflazione è “solo un fenomeno transitorio”, la Fed ha così deciso di agire, prima che la crescita dei prezzi diventi permanente. Difficile poter dire se il rapido aumento dei tassi d’interesse produrrà soltanto l’effetto di fermare l’inflazione oppure avrà ripercussioni anche sulla crescita, portando l’economia USA di nuovo in recessione. Ma i banchieri centrali di Washington almeno si sono seriamente posti il problema.
Un problema che, invece, sembra non essere ancora di interesse nell’agenda della Banca Centrale Europea. Nonostante nemmeno la governatrice Christine Lagarde dichiari apertamente che un aumento dei tassi d’interesse nell’eurozona sia da escludere, conferendo quindi una prospettiva più hawkish alla forwarde guidance della banca centrale, nessuno ha ancora capito effettivamente quale strategia Francoforte intenda seguire per risolvere il problema dell’aumento dei prezzi che, anche in questo caso, è evidente non sia solo un fenomeno transitorio.
I trader cominciano a scommettere su un aumento dei tassi anche pari a tre volte nel corso del 2022 e su un costo del denaro di nuovo in territorio positivo entro la fine dell’anno. Le divisioni tra falchi e colombe all’interno dell’istituzione si stanno via via facendo più forti e lo scontro è più che mai evidente. Le contrapposizioni sono le solite: i banchieri rigoristi del Nord da una parte, le colombe del Sud dall’altra. Ma con i costi energetici che cominciano a pesare eccessivamente sui bilanci delle famiglie e delle imprese, le seconde si stanno sempre più riducendo. E in pochi, ormai, scommettono sul fatto che tenere i tassi a livello attuale soltanto nella speranza di salvaguardare la crescita sia la strategia giusta da adottare.