Di recente, i maggiori quotidiani nazionali si sono affrettati a dare il lieto annuncio della crescita del PIL al 2,6% nel terzo trimestre 2021 rispetto al trimestre precedente.
Alcuni, riportano anche che l’inflazione ad ottobre 2021 si attesta al 2,9%. Il PIL dell’Italia cresce del 2,6% con un’inflazione al 2,9%, quali valutazioni poter fare?
Ad una prima analisi, si nota come l’inflazione stia sovraperformando la crescita del PIL.
La prima domanda che dovrebbe porsi quindi un analista è se effettivamente il PIL stia crescendo organicamente oppure la crescita sia soltanto nominale, e quindi frutto dell’aumento dei prezzi (ossia dell’inflazione)?
Un’atra cosa che notiamo è che nessuno dei maggiori mezzi d’informazione fornisce i dati assoluti, ossia a quanto ammonta in totale il PIL. Fornendo solo i dati relativi, ovvero quelli della crescita percentuale rispetto a periodi precedenti, si corre il rischio di fornire un’immagine sbagliata o quanto meno non completa rispetto alla situazione reale.
Invitiamo i Lettori più scettici a fare questo piccolo esperimento.
Cercate sui maggiori motori di ricerca in rete i dati del PIL del nostro Paese in termini assoluti per trimestre dal 2019 al terzo trimestre 2021. La cosa risulterà ardua se non impossibile ai più. Riteniamo significativo che nell’era dell’informazione digitale, certi dati ufficiali generali non siano agevolmente disponibili.
In ogni caso, dopo qualche sforzo siamo riusciti a trovare i dati aggregati almeno a livello annuale.
Notiamo (immagine qui di seguito) che la lieve crescita prevista per il 2021 è ben inferiore ai cali avuti nel 2019 e nel 2020 rispetto all’anno precedente. Se poi confrontiamo il dato previsto del 2021 con quello del 2018, la situazione appare ancora peggiore.
Il PIL dell’Italia cresce del 2,6% con un’inflazione al 2,9%. Dobbiamo veramente gioire e cosa dicono i dati assoluti?
Perché riteniamo che fornire solo i dati relativi sia poco utile se non addirittura fuorviante?
Chi tra i nostri Lettori si occupa di trading, sa che dopo un calo di prezzo di una certa percentuale, per tornare ai livelli iniziali, serve una crescita percentuale maggiore di quella che è stata perduta.
Chiariamo questo concetto con un semplice esempio:
Acquisto le azioni di XYZ al prezzo di 100 euro. Se dopo un mese il prezzo è sceso a 80 euro, queste azioni sono in perdita del 20% rispetto al prezzo di acquisto. Per riportare le azioni almeno alla parità, servirà una crescita del 25% e non del 20%, in quanto la base si è ridotta da 100 a 80 euro.
Infatti se dall’ultimo prezzo di 80 euro ottenessi una crescita del 20%, il nuovo prezzo sarebbe: 80 + 20% * 80 = 80 + 16 = 96 euro. Per ritornare al prezzo iniziale di 100 euro, partendo dall’ultimo prezzo di 80 euro servirà quindi una crescita del 25%: 80 + 25% * 80 = 80 + 20 = 100 euro.
Conclusioni
I motivi suesposti spiegano perché certe notizie, pur dicendo una parte della verità possano essere fuorvianti se non attentamente interpretate. La crescita relativa, fornisce infatti solo una piccola parte di informazione della salute economica di un Paese. Essa dovrebbe almeno essere corredata dai valori assoluti, rapportata agli anni precedenti e neutralizzata dall’inflazione.
Inoltre il PIL è una misura aggregata a livello statistico e non dà alcuna informazione sul livello di redistribuzione della ricchezza prodotta e quindi sul vero benessere di cittadini ed imprese. In questo caso sarebbe utile fornire ulteriori dati, tra cui lavoro, occupazione ed evoluzione del reddito pro-capite.