Il contratto Lega e M5s e il nuovo Keynesismo ma purtroppo la matematica non è un’opinione

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Gian Piero Turletti è Autore di alcuni Ebook Edizioni ProiezionidiBorsa

In questo articolo vi spiego perché il presupposto economico del contratto lega-5 stelle è matematicamente infondato.

Uno dei concetti economici su cui si basa l’ormai famoso contratto lega–5 stelle, anche se non se ne parla, è una sorta di moltiplicatore monetario.

Il concetto, che originariamente rinvia all’economista Keynes, senza complicare troppo le spiegazioni, si basa sul fenomeno, in base al quale il reddito aumenta in caso di incremento di spesa pubblica, come il reddito di cittadinanza (o alleggerimenti fiscali), che vengono redistribuiti ai cittadini.

Aumentando il reddito disponibile, ad esempio la spesa sotto forma di reddito di cittadinanza o di maggior risparmio fiscale, potrebbe aumentare anche la propensione al consumo, da cui un incremento del pil.

Il concetto è elementare: dispongo di un incremento del reddito, spendo maggiormente.

Di seguito una breve formuletta, tra le più semplici che si possono applicare:

1/ 1-c, dove c è la propensione al consumo ed agli investimenti, espressa percentualmente.

Questo significa che se la propensione al consumo è l’80 per cento del proprio reddito, allora c vale lo 0,8.

In altri termini, si tende a spendere l’80 per cento ed a risparmiare il 20.

Applicando la formula avremo: 1/ 1-0,8, da cui 1/0,2, da cui 5. Cioè risulta che per ogni quantitativo di denaro usato per spesa pubblica redistribuita o per risparmio fiscale, il sistema economico ne dovrebbe spendere 5.

Il che implicherebbe anche un innalzamento della base imponibile.

Quindi, tutto perfetto, sembrerebbe, formula magica per produrre nuova ricchezza, aumentare il Pil di un paese, e conseguentemente rimettere in sesto i conti pubblici, dal momento che a parità di aliquote fiscali si incrementa comunque la base imponibile?

Non proprio.

L’esperienza storica insegna che non è possibile prevedere a priori il valore di c, a fronte di un incremento di spesa pubblica o di diminuzione della pressione fiscale.

Può infatti succedere che, per le più diverse ragioni (clima di pessimismo ed incertezza, tassi troppo elevati, previsione di un ciclo economico negativo, e via dicendo) la componente c (propensione al consumo più investimenti) non aumenti, e che, quindi, rimanga su livelli tali che la maggior spesa pubblica, o il maggior risparmio fiscale, non ne determinino un incremento.

Abbiamo quindi solo una limitata espansione della base monetaria, basata sempre sullo stesso valore di c.

Come da esempio seguente: ipotesi c al 20 per cento.

Quindi: 1/ 1-0,2 = 1,25.

Ipotizziamo che il totale di spesa pubblica redistribuita in forma di reddito di cittadinanza sia 100 miliardi, ed il totale di manovre fiscali comportanti defiscalizzazione (cioè risparmio fiscale ad esempio conseguente alla flat tax) valga altri 100 miliardi.

Dobbiamo quindi moltiplicare 200 miliardi per 1,25, da cui 250 miliardi.

Questo il valore del probabile reddito investito in consumi ed investimenti da parte dei cittadini.

Se il totale di spesa pubblica redistribuita ai cittadini e di manovre defiscalizzanti raddoppiasse, avremmo quindi 400 miliardi che, sempre in base allo stesso valore di moltiplicatore, porterebbe a 500 miliardi in consumi ed investimenti da parte dei cittadini.

Per semplificare, ipotizziamo un’unica aliquota fiscale (o un’aliquota fiscale media) del 20 per cento (ipotesi flat tax), da applicare al reddito consumato.

Avremo quindi, nel primo esempio, il 20 per cento di 250 miliardi, cioè 50 miliardi di entrate fiscali, su una spesa pubblica tra reddito redistribuito e defiscalizzazioni, di 200 miliardi.

Quindi si dovrà finanziare in deficit un ammontare di 150 miliardi.

Nel caso di incremento di una serie di programmi come reddito di cittadinanza e flat tax, che porti ad un totale di 400 miliardi, come da esempio, il 20 per cento di aliquota fiscale sarebbe il 20 per cento di 500 miliardi, quindi 100 miliardi.

Avremo quindi una spesa di 400 miliardi, meno 100 miliardi, cioè 300 miliardi.

Pertanto il deficit passa da 150 a 300, cioè raddoppia, anche se si ottiene un incremento della base imponibile da 250 a 500 miliardi.

Il che significa che, a parità di propensione al consumo (più investimenti), manovre di incremento del pil devono essere fatte con un aumento del deficit, e quindi del debito pubblico.

A questo punto, avremmo una stabilità del rapporto deficit/pil in termini percentuali, a fronte di un incremento del deficit in termini assoluti.

Nel caso si decidesse di mantenere un livello del deficit in termini assoluti, in caso di diminuzione della propensione al consumo ed agli investimenti, a fronte del medesimo livello di aliquote fiscali e di spese assistenziali, probabilmente un governo dovrebbe poi prevedere incrementi di entrate fiscali, che annullerebbero, a loro volta, parte dell’effetto moltiplicatore.

Tutto questo sta a dimostrare che, per far funzionare un potenziale volano dell’economia, tramite redistribuzione del reddito con programmi di spesa pubblica o tramite politiche di defiscalizzazione, occorre sperare che si incrementi la propensione al consumo ed agli investimenti, il che non è scontato. Diversamente il deficit continuerà ad aumentare, quanto meno in termini assoluti, pur a fronte di un incremento della base imponibile.

Di qui il rischio che un incremento di spese per programmi in tal senso, non determini quell’incremento di base imponibile su cui si basano le prospettive del famoso contratto di governo tra 5 stelle e lega, quanto meno non in misura sufficiente per mantenere in equilibrio base imponibile, deficit e quindi debito pubblico.

Le cose sono quindi un po’ più difficili da attuare di quanto sembri, e precisi indicatori di analisi macroeconomica, appunto come il moltiplicatore, lo dimostrano anche matematicamente.

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