FED: incognite e previsioni per il 2019

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Era il 19 dicembre dello scorso anno quando il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell durante l’ultima riunione del 2018 rialzava i tassi di interesse. Si trattava del nono rialzo (4 solo nel 2018) dall’inizio della strategia di normalizzazione avviata da Janet Yellen. La fine, dichiarata, del Quantitative Easing.

Aumentano le conferenze stampa

Non solo, ma Powell apportava un’altra novità: ogni riunione sarebbe stata seguita da una conferenza stampa. In altre parole: Powell nei prossimi 12 mesi potrà dirigere i mercati (nel vero senso della parola) ben 8 volte. Un eccesso di comunicazione?  Forse. Ad ogni modo una conferma di come Powell preferisca tenere i contatti più stretti con la stampa e, di conseguenza, con i mercati.

FED e la guerra con Trump e i mercati

Il livello sui tassi di interesse fissato da Powell nell’ultima riunione, a dicembre, era quello tra il 2,25% e il 2,5%. Una decisione che avrebbe gettato nello sconforto i mercati. Ma, soprattutto, aizzato le ire (sempre più funeste) del presidente statunitense Donald Trump. Il repubblicano, infatti, è da sempre contrario ad un dollaro forte. Una posizione che lo ha posto, nel tempo, in netto contrasto con la strategia intrapresa dalla FED. Da parte sua, invece, Powell ha più volte difeso la sua posizione. Ovvero quella di chi, appunto, non deve guardare alle implicazioni commerciali ma alla stabilità della moneta in riferimento ai risultati dei dati macro.

Il cambio sui dati macro

In effetti i dati macro che avevano preceduto le decisioni non facevano presagire timori per il futuro. Almeno quelli riguardanti l’inflazione e il mondo del lavoro, tra le basi sulle quali nascono le decisioni della FOMC. Ma adesso bisogna considerare anche i tagli, sempre più numerosi, fatti dalle autorità cinesi sulle proprie prospettive di crescita. Oltre alle conseguenze, su territorio Usa, anche dello shutdown più lungo della storia. Un blocco delle attività amministrative che, secondo gli stessi consiglieri della Casa Bianca, potrebbe essere costato circa lo 0,5% del Pil Usa. Uno shutdown, tra l’altro, che il 15 febbraio potrebbe nuovamente tornare.

L’economia mondiale rallenta. La FED ne terrà conto?

Nella stessa occasione, quel 19 dicembre, è stata ufficializza anche un’altra verità. L’economia mondiale, pur in buona forma, si trova davanti ai primi indizi di un rallentamento della crescita e, contemporaneamente, di un aumento della volatilità.

Un quadro generale che si completava con la revisione al ribasso della crescita e di un’inflazione vicina al 2%. Ma di fronte a tutto questo, le uniche concessioni che Powell faceva erano limitate a un semplice sconto. Per il 2019 ci sarebbero stati solo due strette sui tassi di interesse invece di tre. Troppo poco.

QE: a volte ritornano

Soprattutto di fronte a un pericolo, se non di recessione, sicuramente di rallentamento. Un pericolo recentemente evidenziato anche dal governatore della Bce Mario Draghi nell’ultima conferenza stampa di giovedì scorso. A questo si aggiungano i pericoli Brexit e la zavorra Italia, due elementi che lo stesso Powell ha classificato tra quelli monitorati dalla FED. Da qui la possibilità, a questo punto non remota, che il governatore, accontentando anche Trump, possa decidere di mettere in stand by i rialzi realizzandone non più di uno, invece dei due promessi. Un livello, quello delle due strette, che era a sua volta già scontato rispetto alle tre che il mercato dava quasi per certe. Ma il colpo di scena potrebbe essere anche un altro: lo stop totale alla normalizzazione. Il Quantitative Easing è davvero finito come detto il 19 dicembre? A questo punto forse no.