Allarme pensioni minime in autunno per 1 pensionato su 3

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Allarme pensioni minime in autunno per 1 pensionato su 3. Arrivare a fine mese sta diventando sempre più difficile. E purtroppo lo sta facendo per molte persone. Particolarmente colpiti risultano essere le classi sociali più in difficoltà. E,tra queste, i pensionati spiccano sempre. Per arrivare a fine mese molti pensionati stanno consumando velocemente i loro risparmi. Se non lo facessero, dovrebbero arrivare a fine mese contando solo sulla pensione minima. Pensione minima che non basta. Ed è Coldiretti a lanciare l’allarme. Il ritmo di questo consumo extra è pressante e allarmante. Se le cose continuano così, in autunno saranno problemi gravi. Un vero e proprio allarme pensioni minime in autunno per 1 pensionato su 3

Unione Europea delle Cooperative

L’allarme è giunto in seguito ad uno studio dell’Unione Europea delle Cooperative (la Uecoop). Quest’ultima ha lavorato su dati Bankitalia. Lo studio di Via Nazionale fa riferimento al crollo del PIL in Italia quest’anno (anche a causa del Covid). Questi dati poco edificanti e poco ottimisti sono stati resa nota in occasione particolare. Il consiglio direttivo dei pensionati di Coldiretti Puglia. Perché la Puglia? Perché questa regione del Sud vive una situazione pensionistica particolare. In Puglia ci sono circa 210 mila pensionati da lavoro autonomo. Le percentuali sono quasi uguali tra coltivatori diretti, artigiani e commercianti. Di questi, un’altissima percentuale ha pensioni integrate al minimo. Pensioni che non sono superiori a 515 euro al mese. E’ ovvio che si trovino in grande difficoltà.

E non finisce qui. Altri dati vengono dall’ISTAT. L’Istituto Nazionale d Statistica parla di una disparità di trattamenti pensionistici. Particolarmente evidenti nelle zone rurali. A cui si aggiunge anche una carenza di servizi sociali. Servizi sociali che spesso sono indispensabili per molti pensionati, che sono inevitabilmente anziani.

Allarme pensioni minime in autunno per 1 pensionato su 3

Parliamo quindi di beni di prima necessità. Spesa per i generi alimentati, pagamento delle bollette. ecc. E si è parlato di interventi. Interventi che dovrebbero eliminare ogni forma residua di discriminazione. Quale? Quella tra autonomi e dipendenti. Anche in relazione agli assegni familiari. Ma anche interventi per rendere eseguibili e perfezionare i servizi di welfare per gli anziani. Infine, sostenere le famiglie che accolgono disabili o anziani in casa. E’ stata messa in evidenza l’esigenza di aiutare le famiglie e i pensionati che vivono nelle aree più remote e rurali. Le imprese agricole possono e devono rappresentare qualcosa. Possono essere risorse utili per consolidare la rete di protezione nelle campagne. E consentire così una migliore qualità della vita nelle aree rurali. Magari anche in un periodo difficile post crisi.

La crisi dei pensionati

Sì, perché è inutile negare una cosa. La crisi dei pensionati non può essere relegata ad un loro esclusivo problema. In generale, ma soprattutto oggi. Soprattutto sapendo che più di 1 famiglia su 3 ammette di dover contare anche sull’aiuto finanziario dei nonni. Ed è un peccato. Perché si era cercato di andare avanti. La popolazione italiana aveva cercato di staccarsi dalla visione arcaica della famiglia con gli anziani a casa. Magari esclusivamente per esigenze economiche. Eppure senza di loro affrontare le problematiche economiche e sociali per molti sarebbe difficile.

L’emergenza Coronavirus ha complicato il quadro. Ci sono stati 1 milione di nuovi poveri da gennaio a fine giugno. Nuovi poveri che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici. E che sono senza risparmi ed hanno bisogno di aiuto per mangiare. Situazione molto trasversale, tra l’altro. Perché non è solo un problema del Sud. Al Nord la povertà sta aumentando ad un ritmo maggiore che nel resto d’Italia. Un impressionante aumento del 165%.