Un altro settembre nero a New York, dopo il crollo delle Torri e la crisi Lehman.
Sono passati 19 anni dall’11 settembre del 2001 e ancora quelle tragiche immagini ci spezzano il cuore. Ma viste oggi, con gli occhi della pandemia che devasta il mondo, ci ricordano che l’inferno doveva ancora arrivare. Quel tragico attentato ha segnato la fine dell’era della new economy dominata da un clima euforico sulle piazze finanziarie mondiali, per tutto quello che aveva a che fare con la tecnologia, i media e le telecomunicazioni. Alla fine di quell’anno partì l’era della ‘war economy’ e dell’’attack economy’, ci ricordano gli studiosi di politica. Ma non solo. Ecco una breve riflessione con gli esperti di Finanza e Mercati di ProiezionidiBorsa.
Una finanza più attenta all’incertezza
Niente è stato più come prima di quel martedì pomeriggio. Mentre le due Torri bruciavano, il panico invase Piazza Affari che lasciò sul terreno il 7,47%. Wall Street perse, nel giro di poche sedute, un terzo del proprio valore. L’attacco al World Trade Center di New York ha avviato una stagione di cicli economici più brevi, rispetto al passato. Subito dopo la tragedia, cambiò repentinamente il modo con cui i mercati finanziari valutavano i fatti che potevano creare forti stabilità, a livello mondiale. Le piazze finanziarie si sono adattate all’incertezza, alle guerre, al terrorismo a sorpresa. Da allora, anche le banche centrali hanno cambiato approccio: hanno cominciato a tagliare i tassi di interesse e a infondere massicce iniezioni di liquidità. Nel 2008, il crac di Lehman Brothers ha dato il via a un’altra stagione di crolli. Piazza Affari perse l’8,24% il 6 ottobre 2008. Ma dobbiamo ricordare che a noi italiani, anche l’11 novembre 2011, ci è costato caro: era il giorno delle dimissioni da premier di Silvio Berlusconi. E che il coronavirus lo abbiamo pagato per primi, quest’anno, con un crollo di Borsa del -5,43%. Ma vediamo ora cosa succede in Usa, dove hanno appena aperto i mercati: si trascina un altro settembre nero a New York, dopo il crollo delle Torri e la crisi Lehman.
Un altro settembre nero a New York, dopo il crollo delle Torri e la crisi Lehman
Per la città di New York, una metropoli in ginocchio, questo è il terzo ‘settembre nero’ del ventennio. Oggi il cuore finanziario degli Usa batte nel petto della nazione più colpita al mondo dal coronavirus. Ma solo grazie alla forza dei titoli tecnologici. Il PIL americano nel primo trimestre dell’anno ha registrato una contrazione del 5%, per poi crollare del 32, 9%. La situazione sociale ed economica ha fatto precipitare la popolarità del Presidente in carica e ha scatenato malumori. Che non si risolveranno, è chiaro, il prossimo 3 novembre. Il ‘giorno della memoria’ degli americani, oggi, è amplificato dal dolore del presente, per le 192 mila vittime che si contano ancora e dal panico per i milioni di senza lavoro, per la profonda incertezza sul futuro.
Ecco le domande nei talk show d’oltreoceano di oggi: la rielezione di Donald Trump ci salverà dall’invasione cinese? Dargli ancora fiducia potrebbe portare un forte aumento del deficit fiscale? Se la tassazione delle resterà bassa, le grandi imprese potrebbero decidere di mantenere le loro riserve di liquidità in Usa?
Se vincerà Joe Biden, ci sarà invece una contrazione dell’indice S&P 500? Gli occhi sono puntati sulle 500 società americane a maggiore capitalizzazione e sui cambiamenti promessi dall’una e dall’altra parte in tema di politiche fiscali. L’ex vice di Barack Obama ha promesso di attuare una distribuzione più equa delle tasse. Che significa abbattere a picconate il Jobs Act e il Tax Cut, la normativa che ha tagliato le aliquote fiscali per le imprese dal 35 al 21%. Nessuno ha una ricetta magica in tasca, verrebbe da dire. Per oggi, un pensiero a New York, poi staremo a vedere.